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Storia di Andrea, sopravvissuta ai cyberbulli

Storia di Andrea, sopravvissuta ai cyberbulli: “Sono loro i veri malati. Io ho scelto la vita”.

«Tutto cominciò con piccole parole, insulse, stupide. Non ci facevo caso, se loro erano cretini non era colpa mia. Era lì che avevo sbagliato, perché tutto comincia con piccole parole, man mano la persona le dà peso, più diventano grandi. Perché mi giudicavano? Loro erano perfetti? Mah, non credo proprio.

Ma si credono fighi? Erano queste le domande che mi facevo più spesso, all’inizio. Dopo tutto cambiò, e purtroppo non in meglio. Le medie cominciarono ma i loro insulti non finirono. Aumentarono. La mia autostima si abbassò sotto il livello del mare. Mi sentivo piccola e insignificante». 

Andrea oggi ha quindici anni, vive in provincia di Bergamo e si considera una sopravvissuta. Perché per anni, è stata vittima di cyber-bullismo. Gli attacchi le arrivavano via Instagram e Ask.me, un’indagine è ancora in corso. I bulli non sono stati ancora tutti identificati, ma Andrea ha messo nero su bianco in un diario il suo vissuto di vittima dando al suo sfogo un titolo significativo: Ho scelto me. 

Una sera, nella zona in cui Andrea e la mamma abitano, c’è una conferenza proprio sul fenomeno del bullismo 2.0. A parlare c’è un analista forense, esperto di sicurezza informatica, consulente di diverse procure italiane e Ctu del tribunale di Ancona, Luca Russo. Alla fine della conferenza, Andrea gli si avvicina e gli consegna il suo diario. Russo da allora rimane in contatto con la ragazza e sua madre e, ogni volta che ne ha l’occasione, racconta nelle sue conferenze la storia di Andrea.  

La discesa nel baratro  La strada in discesa spianata dai bulli precipita sempre più verso il basso per l’adolescente bergamasca, tanto da indurla a pensare di mettere la parola fine alla propria vita: «Così cominciai a pensare a metodi suicidi, facili e veloci. Cercavo su internet, e posso dire di essere rimasta meravigliata da quante persone erano online quella notte. Non ero l’unica sbagliata, e mi sentivo un po’ meno sola. Erano ragazzi di 16/17 anni, con problemi familiari o personali. La notte stessa mi svegliai, avevo un piano. Avevo letto, bere candeggina o assumere tanti farmaci per varie malattie. Optavo per la candeggina, almeno mi puliva dentro, pensavo. Le mani mi tremavano, il cuore batteva all’impazzata. Tutto sembrava cosi diverso, avevo paura, non sapevo cosa fare. Le gambe cominciarono a fare a gara con il cuore a chi tremava di più. Guardai la bottiglia. E mi misi a leggere le avvertenze. Nella mia mente già immaginavo la faccia di mia madre che mi trovava stesa sul pavimento, senza respiro. E mi misi a piangere. Le lacrime scendevano lungo il mio viso e le mie mani, involontariamente, rimisero la bottiglia al suo posto. Ritornai nel mio letto, lacrimante e tremante». 

Il ricovero in ospedale: 

Fortunatamente Andrea non compie atti di autolesionismo, ma lo stress accumulato incide sul suo stato psicofisico: «Avevo paura di quello che mi stava succedendo. Avevo paura di morire, di perdere la testa e farla finita. Avevo paura di perdere la mia famiglia. Mi faceva male il cuore solo al pensiero che dovessero piangere sulla mia tomba. Non era giusto nei loro confronti. Così mi feci aiutare. Il medico mi mandò all’ospedale, dove dovevo essere ricoverata. All’inizio mi fece paura il fatto di essere ricoverata. Poi accettai per me e per la mia famiglia. Mia mamma stava malissimo, le leggevo in faccia tutto il dolore, anche se lei mi rassicurava dicendomi che andava tutto bene». 

«A casa mi chiedevano cosa avevo, perché ero cambiata. Perché stavo sempre da sola… io rispondevo che non avevo niente. Eppure dietro a quel ‘niente’ si nascondevano frasi che volevo urlare. Non avevo niente, ma volevo suicidarmi. Niente e mi sentivo persa, niente e mi tagliavo, niente e volevo morire», si legge nelle pagine del diario di Andrea, che cercò un’ancora di salvezza in una sua coetanea, ma senza successo: «Cominciai ad aprirmi con una ragazza. Cominciai a raccontarle che avevo attacchi di panico piuttosto forti, che soffrivo ed ero depressa al massimo. Sembrava mi capisse. non era così. Mi lasciò pure lei. Ma cosa avevo di così brutto per far andare via le persone? A scuola non ci volevo più andare, e ogni giorno stavo peggio. Avevo paura di tutto. E ad un certo punto ero sempre più convinta che dovevo morire. Dovevo sparire, tanto non sarei mancata a nessuno. Perché sentirsi sbagliata come amica e come parte della famiglia fa male. Molto male». 

«Non andava tutto bene, per niente. stava peggiorando tutto. Le prime giornate in ospedale passavano lentamente. Nel mio reparto, neuropsichiatria infantile, c’erano altri ragazzi più o meno della mia età. Con problemi simili o diversi, ma erano comunque ragazzi che avevano bisogno d’aiuto. I giorni passavano lentamente, tra pastiglie e incontri con i dottori piano piano stavo migliorando. Mi sentivo comunque quell’ansia che provavo sempre, l’ansia non era sparita. Aspettavo delle visite di amici, dato che andavo d’accordo un po’ con tutti. Nessuno venne a salutarmi, a chiedermi come stavo. Avevo capito che non avevo nessuno oltre la mia famiglia». 

Ritorno alla vita:  

Durante il ricovero, Andrea comincia a prendere consapevolezza di sé: «Perché dovevo essere io quella ricoverata in ospedale? Perché non loro, sono loro quelli malati, cattivi, che hanno bisogno d’aiuto. Io ero la loro vittima, ma fortunatamente mi sentivo dannatamente forte da far veder loro che io potevo farcela. E ci riuscii. Gli esami (di terza media, ndr) li feci in ospedale, tranne l’orale che proprio il giorno della mia dimissione feci tranquillamente, o quasi». 

Le parole vergate sul diario da Andrea sono anche e, soprattutto, parole di speranza per altri adolescenti vittima di bullismo: «Certamente un po’ mi hanno aiutata anche i medicinali e sicuramente anche i medici. Ma la mia più grande arma è stata credere di potercela fare e di sperare. Perché in quei momenti ti serve sperare un po’ in te. Alla fine non dobbiamo mai arrenderci, anche se sembra che ci sta crollando il mondo addosso. Dobbiamo pensare a dopo e a come possiamo migliorarci come persona. Ho sofferto. Ma ora sono più forte. Perché mi sono sempre rialzata anche quando tutto sembrava senza senso, perché ho avuto la volontà e l’esigenza di star bene. È un diritto star bene. Bisogna lottare per i propri diritti. Questa storia è dedicata a me stessa, che dopo ogni caduta e qualche graffio, mi sono sempre rialzata, più forte di prima. Ho scelto me». 

Fonte: LA STAMPA

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