COVID19

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  Nei nostri incontri si parla sempre molto di quanto la realtà digitale abbia modificato il modo di stare in relazione con l’altro. Spesso si recrimina agli smartphone e ai social un inaridimento delle relazioni per come le abbiamo sempre conosciute. Negli ultimi ormai 3 mesi invece siamo stati catapultati in una realtà dove proprio quello  smartphone/pc e quei social sono diventati l’unico modo per mantenere le relazioni siano esse lavorative, scolastiche o amicali. 

Le restrizioni che ci sono state imposte per contrastare il virus hanno infatti avuto effetti notevoli sulle nostre relazioni e sul nostro personale modo di stare in relazione con l’altro in primis ad esempio il fatto che sia stato qualcuno di esterno a noi che ci abbia detto chi  “potessimo frequentare e chi no”. Tra coloro che hanno sentito questo “divieto” più di altri sono stati gli adolescenti che, per la loro fase di crescita, si pongono sempre in modo molto forte di fronte ai divieti. Gli adolescenti sono stati infatti costretti ad abbandonare repentinamente tutto ciò che in qualche modo li caratterizza a livello relazionale: i pari. La costrizione di stare in casa con i propri genitori e lontani dal gruppo dei pari è come una specie di paradosso relazionale in quanto avviene  proprio in un periodo della loro vita  dove succede il contrario.Si è chiesto agli adolescenti nello specifico di essere responsabili, di sacrificare la propria libertà, di fare tanta fatica ma soprattutto si sono messi dei divieti in un momento storico dove difficilmente fino ad ora era stato fatto. Così tutto ad un tratto hanno dovuto rinunciare alla loro routine, alla loro spensieratezza e hanno dovuto confrontarsi con la frustrazione di non poter avere e fare quello che vogliono. Non è stato facile, nè per loro, nè per i genitori, alle prese anche loro con lo stress che questa situazione ha creato. 

In un’indagine di “Giovani e Quarantena”, promossa dall’Associazione Nazionale Di.Te.(Dipendenze tecnologiche, Gap, Cyberbullismo) in collaborazione con il portale Skuola.net, i ragazzi interpellati hanno riferito di un  peggioramento dei rapporti con i familiari. La situazione di convivenza forzata ha portato a problemi nella gestione degli spazi domestici, a confrontarsi con la difficoltà nel garantire una giusta privacy per tutti. E i ragazzi se non trovano uno “spazio di ascolto aperto”, faticano a condividere le loro emozioni con i genitori, tendendo a creare un muro ancora più alto da superare. 

 

Questa fatica è ovviamente bilaterale; dall’altra parte ci sono infatti i genitori con tutti i problemi sollevatesi in questo periodo e che hanno di fronte a loro la sfida di condividere con i propri figli adolescenti; il senso di fatica e la sofferenza derivante da questa terribile condizione. “Non serve rimuovere preoccupazioni e dolori ma saperli gestire insieme” come afferma Matteo Lancini psicologo e psicoterapeuta esperto di adolescenza. Per contrastare il  distanziamento sociale e la paure che questo periodo ha portato a galla ci vuole una vicinanza emotiva profonda che porti ad un dialogo aperto e non a un giudizio netto.Questo principio vale in realtà non solo per la fascia degli adolescenti ma per tutti. Ovviamente, oltre che con i loro adulti di riferimento, i bambini e gli adolescenti (ma non solo!) hanno anche modificato il loro modi di interagire tra loro. Se già prima del virus, la relazione reale era considerata da molti, “bisfrattata”, dalla relazione virtuale, oggi è stata completamente rimpiazzata. Come ci  ricorda Lancini: “si vive onlife”. Il mondo reale, che per molti mesi è stato “chiuso fuori dalle nostre porte” è entrato solo attraverso il mondo della rete.

Ecco che quindi oggi, più che mai, il termine Social Network assume il suo vero significato: socializzare grazie alla rete. Proprio grazie a questa, i ragazzi hanno potuto continuare a relazionarsi con gli amici,  a mantenere i loro legami affettivi e in alcuni casi anche a conoscere gente nuova. Si sono intrattenuti, divertiti e fatti compagnia a vicenda; spronandosi e sostenendosi l’un l’altro.Come sostiene Alberto  Pellai, psicologo e psicoterapeuta, “dentro questo sacrificio c’è un allenamento alla vita; alle fatiche che spesso richiede, alle sfide da superare e alla possibilità di cambiare”

Infine un altro cambiamento relazionale, che interessa tanto i giovani quanto gli adulti è quella della relazione didattica. La DAD ha portato a modifiche anche nel rapporto insegnante-alunno, insegnante- genitore e alunno-genitore. Si pensi solo al fatto che durante le lezione, specialmente dei più piccoli, il genitore è presente. Per quanto distanti è come se alcuni muri si siano abbattuti. Se si pensa ad esempio alle scuole di secondo grado dove la relazione è fondata su una certa distanza relazionale tra prof-alunno con la DAD questa distanza si è come ridimensionata. Insegnanti e alunni hanno dovuto condividere spazi personali e fino al quel momento, inavvicinabili; entrando reciprocamente nelle case dell’altro. Spesso nelle lezioni sono interferiti momenti di vita quotidiana e si sono scoperte informazioni  che magari non si avevano (componenti della famiglia, grandezza della casa, tenore di vita…). Molti insegnanti hanno mostrato un lato “più umano” e si sono trovati ad affrontare anche con i più piccoli,  paure e preoccupazioni legati al Coronavirus.

Ognuno di noi quindi ha avuto una rivoluzione delle proprie relazioni, la mancanza reale e l’essere posti più che mai di fronte allo scegliere di coltivare anche in questo periodo delle relazioni ha detto  molto sia di noi, sia delle relazioni in cui siamo. Alcuni hanno ridimensionato molto il proprio mondo relazionale, alcune persone hanno riscoperto dei rapporti dati per scontati, altri hanno chiuso delle  relazioni, altri ancora le hanno plasmate sulla situazione.Per molti invece questo periodo è stato un periodo di profonda solitudine, cercata o meno, che sta ora aprendo diversi scenari. Per alcuni adolescenti  infatti l’essere stati tolti dalle relazioni ha avuto anche un effetto “rassicurante” specialmente per chi era vittima di bullismo, di prese in giro e di chi nelle relazioni sociali fa fatica. Per questi ragazzi il rientro  alla relazionalità reale sarà un passaggio molto delicato e dovremo essere noi adulti ad avere la sensibilità di aiutarli e accompagnarli in questo.


AUTRICI: Dott.sse Ventura Nicole e Sedini Stefania

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  “Ed è così che il tempo personale si fonde con quello lavorativo perchè non c’è niente di smart, è solo telelavoro”

(Bosio)

 


 

Smartworking. Una realtà complessa, a volte tanto desiderata altre tanto temuta dai lavoratori ma mai, come in questo periodo, sta prendendo vita e si sta articolando nei più svariati modi colorandosi di diverse sfaccettature. Sicuramente parlare di smartworking non vuol dire la stessa cosa per tutti, pur essendo un termine utilizzato per di più nelle aziende oggi tocca molti più realtà lavorative che si sono trovare a reinventarsi e a ricalibrare tutto davanti allo schermo. Smartworking inoltre oggi nel parlar comune viene utilizzato per indicare il lavoro a casa ma in realtà smartworking e telelavoro sono concetti ben diversi.

Il primo a nascere a livello temporale è il telelavoro, siamo negli Stati uniti negli anni 70 durante la crisi petrolifera quando viene varato dal governo la possibilità di  “telecommuting” ovvero spostare i dati anziché far spostare le persone. Si basa quindi sull’idea di un lavoro da remoto rigido in cui il dipendente ha una postazione fissa, ma dislocata in un luogo diverso dalla sede aziendale mantenendo però tempi, modalità, responsabilità  uguali a quelli aziendali. 

Nel tempo partendo da questo concetto le aziende e i lavoratori si sono trovati di fronte alla necessità di una maggiore flessibilità e mobilità garantita invece dallo smart working. Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro caratterizzato dall'assenza di vincoli orari o spaziali e un'organizzazione flessibile, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro. Nasce come  modalità lavorativa che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività. La definizione di smart working, contenuta nella Legge n. 81/2017, pone l'accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l'accordo individuale e sull'utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone). 

https://www.informazionefiscale.it/smart-working-telelavoro-guida-alle-differenze

https://www.lavoro.gov.it/strumenti-e-servizi/smart-working/Pagine/default.aspx

 

Fatta chiarezza su questi due aspetti e termini però resta indiscusso che specialmente in questo periodo sono tante le aziende, i privati, le scuole, i centri, le figure sanitarie etc che hanno dovuto attingere a queste formule e reinventarsi destreggiandosi tra limiti e potenzialità, tra esperienza e novità, tra direttive dall’alto o creatività personale. 

 

                                                                                             

 

In modo ironico, ascoltando racconti di amici, storie e riflessioni di pazienti, leggendo post sui social o sentendo le trasmissioni si può provare in modo arbitrario a tracciare dei “modelli di home worker”, siano essi in smart working o telelavoro.

                                                                                                            

“L’home worker pentito”

Colui che non ne può più, che sogna le corse al treno, lo schiacciamento in metro, il caffè della macchinetta, il caos della mensa aziendale, la sigaretta coi colleghi, il rumore delle macchine in ditta e il ritorno a  casa tardi quando tutti già dormono e i compiti sono stati fatti. Sono generalmente coloro che, prima di questo periodo venivano chiamati da amici e parenti i dipendenti dal lavoro, i workaholic, quelli che non si stancano mai e non si fermano mai neanche la domenica. Ora però chi più chi meno si sono dovuti fermare. Hanno dovuto rallentare e modificare la propria work routine e non è stato semplice perchè in un modo o nell’altro ha portato a chiedersi chi si è al di là del proprio lavoro. 

 

“L’home worker col pigiama”

Sono coloro che da questo lavoro a casa si stanno prendendo il meglio tanto da pensare a un part time nel futuro. Sono quelle persone che, contro tutte le loro previsioni, hanno rallentato e che hanno scoperto che non fa così paura, che hanno colto che oltre al lavoro di 10 ore c’è un mondo, ci sono loro. C’è lo stare in pigiama, in termini simbolici ma non solo! Ci sono genitori che, con tutta la fatica del caso, stanno conoscendo di più i loro figli, che stanno vedendo cosa fanno a scuola e che riescono a  giocare con loro senza la stanchezza estrema della giornata. Ci sono persone che stanno scoprendo i tempi diversi, che riescono a inserire dell’attività fisica, che non fanno le pulizie alle 22 di sera e che hanno scoperto Netflix. Ci sono persone che nonostante l’assestamento iniziale hanno dato a se stesse l’opportunità di stare in un modo un po’ di diverso dal solito con sè stesse e con gli altri e che all’idea di tornare al lavoro come prima una lacrima la versano.

 

“L’home worker in altalena”

E' colui che ancora non sa bene se gli piace oppure no e quindi sta, sta nell’altalena emotiva che comporta l’aver rivoluzionato la propria giornata e i propri ritmi, sta che nel multitasking ora c’è anche fare l’insegnante per i figli o il casalingo disperato, sta nell’avere orari diversi o non averne proprio. Sta nel destreggiarsi con smartphone che ad una certa ora del giorno scottano, con il pc tra le call e le videolezioni, tra una mail e un gioco con i bimbi. Oscilla insomma tra su e giù, riesco e non riesco, tra il “che bello fosse sempre così” e il “aiuto quando finisce!”. 

 

“L’home worker da zero”

Sono coloro che di per sè non fanno lavori aziendali, non hanno programmi e pc davanti agli occhi nel loro lavoro quotidiano ma sono coloro che lavorano con le persone e che oggi si son trovate di fronte a uno stop tosto. Uno stop che li ha posti di fronte a un bivio: aspettare e vedere o reinventarsi e provare. Entrambe le posizioni richiedono coraggio e sacrifici.  C’è la paura di fallire, la sensazione di annegare, la fatica di reinventare, il dolore di accettare che il proprio lavoro non è più come prima, un rimettersi in gioco che tocca sia le proprie risorse sia le proprie debolezze. 

 

Queste sono classificazioni, vignette frutto  di racconti di amici, storie ascoltate, sedute con i pazienti e punti di vista. Ciò che conta però alla fine è come ognuno di noi si sta vivendo questo cambiamento nel mondo del lavoro, del proprio lavoro. Quali pensieri, emozioni, fatiche, aspettative, paure, scoperte, rinunce e conquiste sta portando con sè questo momento senza giudicarle giuste o sbagliate ma semplicemente proprie e, se si ha voglia, chiedersi il perchè di questi vissuti, chissà che si scopra qualcosa di nuovo di noi stessi!

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Novità in arrivo...

 

 

Ci siamo presi del tempo, abbiamo ascoltato, letto, guardato. Abbiamo cercato di dare un senso e di trovare le domande dentro di noi.

Abbiamo deciso di partire da noi, da ciò che in questi anni il nostro progetto ci ha fatto incontrare e da ciò che le nostre formazioni e i nostri lavori ci fanno toccare.

Abbiamo scelto di proporre alcuni brevi riflessioni sull’intreccio che questo periodo particolare sta avendo con la digitalità, con quello schermo tanto discusso, vietato o abusato ora diventato il canale per eccellenza per tutti noi tra pregi e difetti, tra potenzialità e pericoli.

Oggi quello schermo è infatti ciò che ci sta permettendo di lavora e, studiare e viverci.

Come diciamo sempre nei nostri incontri però non bisogna dare per scontato il suo utilizzo e la sua utilità ma bisogna porvi un pensiero critico altrimenti il passaggio dal potenziale al pericoloso è molto rapido specialmente quando l’utilizzo è dettato dalla noia o dall’estremo bisogno, due dimensioni che oggi caratterizzano più che mai questo utilizzo.

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